Intervista al regista Sebastiano d’Ayala Valva

Sebastiano d’Ayala Valva è figlio di madre inglese e padre italiano. Dopo gli studi al liceo francese di Roma consegue il diploma in Relazioni Internazionali alla Sussex University di Brighton (Regno Unito). Si trasferisce in seguito a Parigi dove prosegue gli studi con un master in Scienze Politiche all’Istituto di Studi Politici (Sciences Po).

Sebastiano, perché ti sei interessato a Scelsi, cosa ha risvegliato in te la sua musica?

La musica di Scelsi ha scosso qualcosa in me sin dalla prima volta, quando mio padre me l’ha fatta ascoltare all’età di dieci anni. È stata una sensazione così potente da essere terrificante, non l’ho più voluta ascoltare per trent’anni! A partire dal quel primo ascolto ho cercato di tenermi a distanza dai dischi di Scelsi che erano in casa, continuando però ad osservarli da lontano, affascinato da quel simbolo misterioso che compariva sulla copertina: un cerchio con al di sotto una linea. Il fatto è che questa musica va a toccare qualcosa di profondo in chi la ascolta, qualcosa che potrei descrivere come un legame con la natura allo stato brado, nella sua bellezza e nella sua violenza, meravigliosa e inquietante al tempo stesso. D’altra parte, però, si allontana dalla nostra tradizione, sociale e culturale, che ci protegge ma che al contempo ci allontana dalla natura. Solo se ci si libera dei pregiudizi culturali ci si può avventurare nella musica di Scelsi, quando non si focalizza più la forma, il quadro musicale, così sicuro, ma l’energia sonora e il modo in cui essa ci attraversa.

Hai deciso di fare un ritratto di un genio poco conosciuto che si rifiutava di lasciare tracce del proprio volto, perché dopo la sua morte non restasse altro che la sua musica. Come ti sei mosso per rispettare questo suo desiderio e cosa ha comportato questa sfida per il tuo percorso di regista?

La quasi totale assenza di immagini di Scelsi, che all’inizio mi sembrava un ostacolo, mi è ben presto apparsa come un’opportunità, quasi un regalo di Scelsi, che mi invitava a raccogliere la sfida e dover trovare la giusta forma cinematografica da dare a questa storia. Ho a lungo pensato che l’assenza di immagini fosse coerente con la sua concezione Zen dell’arte, fondata sulla cancellazione dell’ego. Mi è parso che non lasciando immagini Scelsi abbia voluto assicurarsi che non si erigessero monumenti alla sua gloria, che la sua opera restasse, come egli desiderava, depersonalizzata.

Ma il suo ego, credi che sia davvero sparito?

Non ne sono più così sicuro. In vita aveva senz’altro impedito che lo si filmasse o che lo si fotografasse ma poi nel 1973 ha registrato le sue memorie sul suo registratore Revox, decine di ore di registrazioni. Ciò che ha lasciato dietro di sé è dunque esclusivamente materiale sonoro: la sua musica e la sua voce. Ascoltando le sue registrazioni alla Fondazione Scelsi a Roma mi sono reso conto che in assenza di immagini la sua voce è diventata un’entità indipendente e si è liberata del peso del tempo. Al contrario, un’intervista video avrebbe associato la sua voce al tempo e al luogo dell’intervista, relegandola ad un passato definito.

Se ci fossero state delle immagini avrei certamente tentato di utilizzarle. Privato delle immagini e dunque privato di un contesto spaziale e temporale definito, ho pensato di far sì che la sua voce avesse una funzione diegetica, come se Scelsi parlasse in questo momento, in una dimensione parallela, in una sorta di fuori campo spirituale. In questo modo Scelsi può tornare e risuonare nel tempo presente, come in una reincarnazione. Nel corso delle riprese ho sempre tenuto a mente questa idea.

Con il senno di poi mi rendo conto che questa idea, che credevo fosse mia, era innanzitutto di Scelsi stesso. Non credo che volesse cancellarsi, al contrario: emancipandosi dalla dimensione temporale, tramite l’assenza di immagini, ha fatto sì che la sua voce divenisse immortale. Scelsi conosceva troppo bene il potere del suono per non essere cosciente di tutto questo. Oggi sono convinto che la sua scelta di sparire visivamente faccia eco al desiderio profondo di Scelsi di immergere le sue radici nelle profondità della storia, anziché in  un’epoca precisa.

Tra i personaggi ci sono moltissimi che hanno incontrato Scelsi personalmente. Alcuni di essi sono persone di una certa età, altri hanno una sessantina d’anni e poi c’è una giovanissima cantante. Al di là del ritratto dell’artista, hai voluto fare un film sulla trasmissione orale della sua musica?

All’inizio l’idea della trasmissione orale mi interessava molto, perché questa musica nasce da delle improvvisazioni in stato di trance, uno stato che Scelsi chiamava lucidità passiva. Questa musica non può essere trasmessa unicamente attraverso lo spartito, deve essere trasmessa anche oralmente perché richiede uno spirito molto particolare per essere suonata. Scelsi voleva che quella manciata di musicisti eletti, quei pochi che considerava adatti ad interpretare la sua musica, la trasmettessero alle generazioni future. Questa idea è rimasta nel film, incarnata nella relazione tra la cantante Michiko Hirayama e la sua giovane allieva Elena Schirru.

Credo però che il mio interesse più grande si rivolgesse a delle questioni che vanno al di là della musica di Scelsi. Delle questioni legate alla memoria, alla paura dell’oblio e della morte, alla fine della creazione e dell’immobilità. Nel momento in cui registra le sue memorie Scelsi è un uomo già avanti con gli anni che ha già smesso di comporre musica. È un uomo che fa il punto sulla sua vita e sulla sua opera, che si appresta a chiudere il cerchio. Nel corso delle riprese mi sono ritrovato davanti ad una situazione simile con la cantante Michiko Hirayama, ma anche con mio padre, il cui invecchiamento improvviso mi toccava molto. In qualche modo l’ho accompagnato mentre chiudeva il suo cerchio.

Il fatto di mostrare tuo padre che invecchia, indebolito ma ancora vispo, è un modo di simboleggiare il decadimento di ogni creazione artistica? Cosa hai voluto raccontare delle tue origini, in questo film?

Avevo dei dubbi sull’eventualità di inserire mio padre nel film. Era difficile riprenderlo perché il suo invecchiamento mi stringeva il cuore, ma la sua enorme vitalità era ancora lì e alla fine ho sentito il bisogno di documentarla. Credo di aver sempre fatto ricorso a dei pretesti per avvicinarmi a mio padre, che per tutta la vita è stato monopolizzato dalla sua arte. Grazie a questo film, che mi permetteva di rientrare spesso in Italia, ho avuto la possibilità di passare parecchio tempo al suo fianco, nei suoi ultimi anni di vita. È stato attraverso lui che ho approcciato per la prima volta Scelsi ed è stato poi attraverso Scelsi che mi sono riavvicinato a mio padre, dieci anni dopo il film che gli avevo consacrato: La Casa del Padre. La questione della morte e della memoria era molto presente il quel film ed è tornata a galla in questo nuovo film. Quello che trovo interessante è che i due film costituiscono entrambi dei ritorni alle origini e al tempo stesso delle esplorazioni di universi lontani, perché Scelsi, come mio padre, mi ha aperto la porta a delle dimensioni dell’esistenza che vanno ben al di là della sua opera o del nostro legame di parentela.

Cosa significa essere scelsiano? E tu, lo sei diventato?

Il senso della parola scelsiano sfugge ad ogni definizione. Penso che sia un termine di cui ciascuno è libero di appropriarsi come meglio crede, allo stesso modo in cui ci si appropria di un’opera d’arte il cui senso ci sfugge ma che ci colpisce nel profondo e finisce col trasformarci. Penso che per me, come per ogni artista, si tratti innanzitutto di uno stato di disponibilità che permette di lasciarsi attraversare da delle cose che non padroneggiamo, provengano esse dal nostro inconscio o da un di fuori. È senz’altro molto difficile abbandonarsi a questo stato di disponibilità nel momento della creazione, perché abbiamo tutti la tendenza a voler padroneggiare le cose, ma è solo giungendo a questo stato che intravediamo la possibilità di avere accesso a questo altrove di cui parla Scelsi.

 

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